Sordita’ e afonia.

dicembre 11, 2008 by

Gli ultimi sono stati giorni intensi.
E’ da un po’ di anni che ragiono sul concetto di gamma emotiva. O forse dovrei dire delta emotivo, volendo fare una questione alfabetica.
Comunque, mettiamola cosi’.
Nel mio ragionamento, la gamma emotiva e’ la distanza tra il picco di massima felicita’ e il picco di massima infelicita’ in un giorno, dalla sveglia alla nanna.
Quindi, un giorno intero sotto sedativi significherebbe gamma=0.
Un giorno in cui seguo l’estrazione del superenalotto in tv, scopro di aver vinto 65 milioni di euro e nell’esultanza mi taglio una mano col biglietto vincente fa probabilmente gamma=100. E non ditemi che un biglietto non puo’ tagliare, io mi sono fatto male con ogni genere di carta, persino con la scatola della pizza a domicilio.
Ora, un periodo caratterizzato da Gamma Emotiva Media moderata io lo chiamo sereno.
Un periodo caratterizzato da Gamma Emotiva Media elevata io lo chiamo intenso (non abbrevio perche’ se scrivo GEM qualcuno urla “sono una cantante” e il ragionamento mi va in vacca).
Si potrebbero anche definire rispettivamente noioso e delirante, ma non amo particolarmente le meta’ vuote dei miei bicchieri.
E poi ci sono dei fattori che influenzano questa gamma.
Innanzitutto c’e’ una predisposizione individuale a oscillazioni grandi o piccole che fa si’ che, ad esempio, il Greco schizzi dall’euforia alla depressione e ritorno nel giro di dieci minuti e le altre persone presenti nella stessa stanza no.
Ma ci sono anche fattori esterni (in una vita precedente mi insegnarono a chiamarli “esogeni”).
Per esempio, credo che un rapporto sentimentale stabile contribuisca ad abbassare la gamma sensibilmente. Un po’ come un anestetico.
Invece vivere in Medio Oriente ma cio’ nonostante al freddo, consumando insensate quantita’ di legumi e badando a un gatto fuggiasco, mangione e ruffiano ha fatto impennare la mia gamma senza preavviso.
E infatti, gli ultimi sono stati giorni intensi.
Ho scoperto di essere sordo. Non solo, come e’ gia’ noto, da un punto di vista uditivo.
Temo di essere quel proverbiale sordo che non vuol sentire. Per esempio, qualche tempo fa eravamo a casa:
Stefano: Oh, stanno sparando.
Io: Chi?
Stefano: Non lo so. Non hai sentito gli spari?
Io: No.
Stefano: Ma se hanno appena sparato.
Io: Ma che stai a dire?
(Raffica)
Stefano: Hai sentito adesso?
Io: Hm, si’. Ma sara’ un matrimonio!
(Raffica)
Abbiamo ragionato un po’ sulla possibilita’ di distinguere dal suono lo scontro a fuoco dalla festa e conveniamo che l’unico modo attendibile sia andare a domandare. Tipo:
Io e Stefano: Scusate…matrimonio o sparatoria?
Poi stasera ne e’ successa un’altra:
Stefano: Che botto!
Io: Che?!
Stefano: Non hai sentito?
Io: Cosa?
Stefano: Non lo so, ma sembrava l’impatto di una cosa dura sulla lamiera.
Io: Tipo macchina contro muro?
Stefano: Oppure pietra contro macchina.
Beh, in ogni caso, domani qualcuno avra’ bisogno di un carrozziere.
A tal proposito.
Noi abbiamo due amici Kamal, uno di 27 anni e uno di 50, uomo di voce e gestualita’ teatrali che chiamiamo venezianamente Kamal Grande.
Kamal Grande e’ un jerusalemite, ovvero un palestinese di Gerusalemme. Grazie alla sua ID speciale, puo’ entrare nella capitale di Israele pur non essendone cittadino e ne approfitta per fare il tassista col suo minivan. Circa una settimana fa, una pietra lanciata da un colono israeliano gli ha colpito e incrinato il lunotto anteriore mentre guidava il suo mezzo. Il povero Kamal Grande affronta l’esborso e lo fa sostituire.
Poi, qualche giorno fa, con a bordo sua moglie e 4 sorelle, tutte munite di velo, viene raggiunto da un’altra pietra di un altro colono (stavolta di sesso femminile) che colpisce il nuovo parabrezza riducendolo in analogo stato. Il paziente Kamal potrebbe accostare, scendere dall’automobile e far presente alla colona che il sasso rischiava di oltrepassare il vetro e centrargli in pieno l’olivastro cranio (a giudicare dalla posizione della crepa sul lunotto), invece tira dritto. Ma sulla sua strada c’e’ un check point.
Soldato israeliano: Che hai fatto al vetro?
Kamal Grande: Sono appena stato colpito da un sasso lanciato da un colono.
Soldato israeliano: Ha fatto bene.
Kamal Grande: Sei un colono anche tu?
Soldato israeliano: Si’.
Tra gentiluomini non c’e’ mai bisogno di molte parole.
L’altro Kamal, Kamal Piccolo, quello di 27 anni, suona il basso nella nostra band reggae.
Non quella italiana, che esordira’ durante le vacanze natalizie in un noto locale di Pescara e il cui bassista Claudio non potrebbe essere rimpiazzato da alcuno.
Ma quella palestinese, una rocambolesca Bob Marley tribute band che porta il tragicomico nome di Ramallah All-Stars.
E’ nato tutto a ottobre, durante una jam session degenerata in Bella Ciao ska ed e’ andata a finire che ieri abbiamo fatto un concerto in un locale strapieno. Di italiani. Beh non solo italiani, anche palestinesi, danesi, tedeschi, americani, brasiliani, spagnoli, canadesi, francesi ed un giapponese a dir poco commuovente che ci e’ venuto a fare i complimenti quando all’una, dopo 3 ore e mezza, abbiamo abbandonato gli strumenti per correre al bancone.
Il padrone del locale ci ha spudoratamente mentito sull’incasso ma ci ha offerto un’altra serata per giovedi’ 18. E qui il giovedi’ e’ come il nostro sabato perche’ il giorno di riposo dell’Islam e’ il venerdi’.
Insomma, oggi non ho la voce, il gatto e’ arrivato in cima al frigorifero da terra con un balzo unico mentre gli mettevo la pappa nella scodella, il lavoro impazza ed entro due giorni dobbiamo trovare un sostituto per il letto su cui dormiamo perche’ venerdi’ torna Fairouz, la proprietaria della stanza che abbiamo squattato.
Gamma mia, fatti capanna…

Questa e’ la foto del miglior kebabbaro del mondo di cui parlava il vegetariano Stefano nell’ultimo post, scattata da lui medesimo. Da destra verso sinistra (per convenzione araba):  Kamal Piccolo, Miglior Kebabbaro del Mondo, Samir, Elena, Semola in preda al panico gustativo, Valentina.

Miglior kebabbaro del mondo

Miglior kebabbaro del mondo

Ramallah 2.0

dicembre 7, 2008 by

Ramallah. 18 Sono i km che corrono da Gerusalemme sul bus, il 18, diretto a Ramallah, attraversando il check point di Kalandia ed entrando nella West Bank. Per quello che costa (2 milioni al km) questo muro deve essere molto caro a qualcuno, qualcuno che ha ridisegnato la famosa “green line” tracciandone una personalissima che, oltre a spingersi oltre il confine, annette le colonie israeliane (illegali); lunga 450 km (degli 800 previsti), alta 8 metri, e` una immensa colata di cemento e ferro controllata, ogni 300 metri, da una torretta poco ospitale.

Al Manara. Ma finalmente siamo di nuovo a Ramallah dove la regola e` strillare: “Shekel! Shekel!”. Dove risiede il parlamento dell`Anp, i ministeri, varie delegazioni diplomatiche, ong e chi piu` ne ha piu` ne metta, quella che ad oggi viene considerata la nuova capitale della Palestina, dato che Gerusalemme e` occupata. Assistiamo al disegno caotico di questa citta`, la fiumana di gente diretta ad Al Manara, la piazza del centro, addobbata a festa  e avvolta da luci blu che scendono sui quattro leoni scolpiti nella roccia, spesso cavalcati da bambini al grido di “Shekel! Shekel!”.

Casa. Ad attenderci, ansiosa, c` e` la colonia di zanzare succeduta alla scorsa che ho tanto amato per coraggio e disperazione. Al contrario la nuova non vuole collaborare, ne` cede sotto l`attacco chimico perpetrato, ad accusare il colpo invece siamo noi.

Danni. Nel giro di pochi giorni subiamo le azioni offensive della doccia, della cisterna dell`acqua (sul tetto) e del cortiletto sotto casa. Il primo a cedere e` stato il socio, crollato nella vasca che voleva inghiottirlo ma salvatosi grazie ad un abile mossa, rimettendoci infine un ginocchio.In seguito i cruenti scontri con i mobili che si lanciavano contro di noi e poi facevano finta di niente. Botte a destra e a manca: nuovo bilancio catastrofico. Gomiti ammaccati, ginocchio in riparazione, malleolo lesionato.

Malridotti ma felici.

Jericho. Lavoriamo al documentario girando le prime scene, ci spostiamo a Jericho: la citta` piu` antica del mondo, circondata dal deserto, terra di beduini e dromedari; poco piu` in la il Mar Morto detiene un altro record: si trova nella depressione piu` bassa della terra (398 metri sotto il livello del mare) .

A Jericho ci sono tre cose che devi fare:

1. Sycamore Tree

Fermarti a guardare un immenso albero di cui, tale Luke, tanto scrisse in un best seller  che narrava le fantastiche avventure di alcuni popoli, una sorta di “Signore degli Anelli” ambientato in Palestina e scritto da un collettivo, tipo wu ming per intenderci. Ho ricopiato per voi alcuni passi dei suoi scritti.

Jesus entered Jericho and was passing through it. Now a man named Zacchaeus was there; he was a chief tax collector and was rich. He was trying to get a look at Jesus, but being a short man he could not see over the crowd. So he ran on ahead and climbed up into a sycamore tree to see him, because Jesus was going to pass that way” (Luke 19:1-4).

2. Kebab

In piazza scegliete l`uomo coi baffi fermo sul marciapiede col carretto, sembrerebbe il meno invitante ma a quanto dicono gli onnivori che sono con me e` il miglior kebab del mondo.

3. Felafel

Ne ho mangiati di milioni, in mezzo mondo. Ma a pochi passi dal carretto del Kebab di sopra, vi e` un altro carretto, dedicato esclusivamente al falafel. Quel panino lo ricordero` tutta la vita. Niente crauti cervelletti o varie. Solo un falafel e una fetta di melanzana fritta bene.

La Città Standa

ottobre 21, 2008 by

Siamo partiti da Tel-Aviv a mezzogiorno del 19 ottobre 2008 e siamo arrivati all’una del 19 ottobre 1099. Dodici ore dopo ero disteso sul letto e non riuscivo a darmi pace.
Venendo dai bermuda, dagli infradito e dai tatuaggi di Tel-Aviv non mi aspettavo una vista simile. Sapevo che avremmo trovato degli ortodossi, ma non immaginavo una tale sterminata fiumana di cappelli neri.
Sfortunati con l’autobus, siamo entrati nella Old City dalla porta del Letame. La sfortuna non risiede nell’odore (invero la discarica e’ stata chiusa da parecchi secoli) ma dalla folla impressionante che circonda il muro del pianto. Migliaia di ebrei che si riversano nel piazzale da ogni tortuosa scalinata e due strani giovani con enormi zaini Decathlon che combattono per risalire la corrente. A digiuno.
Prima di arrivare al Citadel Hostel, il piu’ fico ed economico della zona, ci siamo persi credo cinque volte.
E poi era pieno.
Receptionist: But there is place on the roof. We give you a mattress and a blanket. Experience…
Peccato che Gerusalemme e’ a 800 metri…te la do io l’Experience…
Alla fine abbiamo trovato posto in un altro ostello raccomandato dalla Lonely, pieno di persone di OGNI etnia, tutti con evidenti problemi psichici. Soprattutto il receptionist, che credo essere il noto cantante jamaicano Capleton, il quale ieri notte ci ha aperto dopo forse dieci minuti che suonavamo il campanello.
Io: Ma…per caso il campanello e’ rotto? Abbiamo suonato parecchio, forse non ci sentivi.
Capleton (guardando il soffitto): No, no, vi ho sentito…
Che sia stato il caso, la suggestione collettiva, la scarsa fantasia degli autori o (dio non voglia) Dio, fatto sta che Gerusalemme è città sacra per tutti e tre i grandi monoteismi, ebraismo, cristianesimo e islam.
Qui Abramo fu fermato in zona cesarini dal signore che gli aveva chiesto di sacrificare suo figlio, qui Gesù di Nazareth fu crocifisso e risorse, qui il profeta Maometto ascese al cielo in un viaggio notturno. Tutto qui. Ma pensa.
Ecco perché questa è la meta di pellegrinaggio più importante del mondo.
Ecco perché nel 1099 i crociati partirono dall’Europa, strinsero d’assedio Gerusalemme e trucidarono i 40.000 abitanti che si trovarono davanti, musulmani ed ebrei. Con questi vicoli stretti e tortuosi, non fatico a credere che il sangue gli arrivasse al ginocchio come dicono.
Guardo la porta di Jaffa ed immagino l’esercito assiepato sul pendio, pronto ad entrare.
Guardo gli ortodossi di una parte e dell’altra e l’idea non mi dispiace.
Disteso sul letto, ingolfato dalle emozioni, ho vissuto la più grande crisi anti-mistica della mia vita. Un delirio ateo, nonostante io ami sottolineare che sono agnostico.
Perché così non ci siamo. Gli ebrei con i boccoli e i cilindri di pelliccia che non ridono mai, i cristiani ortodossi che rispondono cantando per le strade, le merci, le merci, le merci che rappresentano tutto, croci, candelabri, libri, muri, filo spinato, bombe, campi profughi e souvernir.
Dovevano essere delle belle favole, delle storie coinvolgenti, utili insegnamenti al massimo ma non questo.
Non una gara a chi è più invasato, a chi è più predestinato, a chi ha il profeta che vince.
Vi siete presi così sul serio da diventare una tragica barzelletta che non mi fa più ridere per niente.
O forse è solo che qui ho perso il senso dell’umorismo.
Al risveglio, prima che facessi in tempo a riagganciarmi alla mia delusione, è arrivato il suono della campanella. Non una campanella qualsiasi, ma quella della ricreazione. Il rombo dei bambini e delle bambine della scuola accanto ha invaso la stanza e mi ha fatto iniziare la giornata col piede giusto.

DA FARE: Visitate la chiesa di S. Alessandro, ammiratene il maestoso misticismo, tornate in ostello e scoprite di essere stati nella Basilica del Santo Sepolcro. Esilarante.

Che post e’ quest?!

ottobre 19, 2008 by

Finalmente il viaggio tanto atteso.

Ho aspettato, studiato, fantasticato e sognato.

Eppure qua e’ tutto diverso dai pensieri e dalle foto.

Tel Aviv.

Sempre immaginato di vedere l’Europa vista dagli occhi dei mediorentali ed in effetti non mi sbagliavo, e’ la citta’ che meno rappresenta lo stato attuale delle cose. Ibrida, un incrocio tra Miami e Cappelle sul Tavo. Le donne condividono la fortuna di avere delle tette enormi. Tutte. L’unico dettaglio degno di nota e’ Jaffa o Jaffo o Iaffa o Iaffo, dipende da quanto ci sta dentro chi la pronuncia. Strano a dirsi ma l’unico vero monumento e’ una torre messa al centro della strada, la torre dell’orologio. Andava 5 ore avanti. L’abbiamo girata in largo e lungo… potevamo risparmiarcelo. Non e’ brutta, sia chiaro, ma e’ poco coinvolgente.

Sempre Tel Aviv, Corso Mayonese (il fulcro della vita notturna per intenderci).

Un pranzo e scopriamo il nuovo mondo, targato Humus. Ormai non mangiamo altro. Mi diverte molto il ragazzo che ci serve al tavolo del ristorante. Quando ordiniamo si diverte come un pazzo, ride, ci chiede da dove veniamo. Italia. A quanto pare in questo periodo non siamo gli unici turisti italiani (bella cazzata, falso, falsissimo.. aparteuntorinesefiloisraelianochecisivolevafare). Raccomanda una certa attenzione per l’agnello che ha preso Alessandro, pare sia davvero hot. Agnello. Piccante. Ad un abruzzese. Ma non mi far ridere. Questa strada ci racconta i due lati della medaglia dello stato israeliano: da un lato la fortuna commerciale, l’occidentalizzazione; dall’altro la distruzione, la stasi, la poverta’ del popolo scacciato. Sul muro della casa accanto al ristorante svolazza una bandiera dello stato d’Israele (ne e’ piena la citta’), sotto di essa uno stancil ha un viso conosciuto: quello sguardo che mi fissa e’ inconfondibile. Ghandi, verde. Affondo il mio pane arabo nell’humus e godo. Questa invenzione culinaria meriterebbe il nobel per la pace interiore. Una pace che dura poco. Alzo lo sguardo verso i due che si siedono al tavolo accanto al nostro. Uno dei due e’ particolarmente grasso e peloso, dallo sguardo direi che l’hanno programmato ieri ed e’ uscito male. Mi chiedo come abbia fatto a ficcarsi la pistola nel culo. Lui e’ un vero duro, ce l’ha tra il ginz e la mutanda, altezza chiappa destra, interna. Paghiamo e ce ne andiamo deridendolo, ipotizzando il nome del film che gireremo su di lui:”il frocio con la pistola in culo”. Passiamo la serata in un locale che si chiama “Cosa Nostra”, ovviamente per noi e’ il Costa Nostra, manco a dirlo. Il deejay sta alla frutta, mischia ogni genere di reggae senza un minimo di senso. Ogni tanto gli strilliamo un “BOOOO” per gasarlo e lui reagisce sbattendo i piedi a terra. Ce ne andiamo per raggiungere un party che speravamo fosse un rave, in una zona da dimenticare, dove abbiamo rischiato… vabe’ lasciamo stare. Comunque mettevano una musica ignobile, cosi’ siamo scappati a casa ormai sbronzi.

Jerusalem.

Quando stamattina siamo arrivati a Gerusalemme ho finalmente capito che sognare non serve a un cazzo. Lo spettacolo che gia’ durante il viaggio si disegnava davanti ai miei occhi (mentre l’autista per coinvilgerci in una chiacchierata ci ha etichettati “macaroni mandolina”) aveva di gran lunga annientato ogni fantasia. Quando poi abbiamo raggiunto la citta’ vecchia il caotico misticismo che gli dona vita mi ha confuso la mente, risucchiato l’anima e le energie. Per ora mantengo le impressioni lontane dai post. Ah, viviamo nel quartiere dei suk, state tranquilli.

Prime impressioni

ottobre 17, 2008 by

AVVERTENZA: questo sara’ un blog a due mani, se mai sara’. Prima di aggredire chicchessia verbalmente o fisicamente, vi prego di verificare l’identita’ dell’autore sotto il titolo, accanto alla data. Grazie.

Imbarco a Bologna, niente da segnalare. Tranne l’arroganza, che sempre mi delizia, di chi aggredisce invece di mortificarsi quando viene colto in fallo.
Uomo libico sulla 60ina in partenza per Tripoli: Certa gente non rispetta chi c’era prima…
Sorpassatore: Eh si’ eh, perche’ sono in ritardo e rischio di perdere l’aereo!!!

A Fiumicino sono arrivato con tanto anticipo da trovare tempo per le polemiche: sotto le indicazioni per i terminal non c’e’ il tempo stimato di percorrenza. Non dicono quanto devi camminare ancora per raggiungere l’imbarco. Io a un certo punto pensavo che fosse dietro l’angolo, svolto e mi trovo su una piattaforma del treno. Ma, dico! Me ne sono aspramente lagnato al telefono con mia madre.

All’atterraggio a Tel Aviv, ore 2.10 antimeridiane, ero piuttosto elettrizzato e credo che il mio sorriso mi abbia risparmiato il famoso interrogatorio dell’aeroporto Ben-Gurion. Ma poi l’hanno fatto a Stefano e gli hanno anche lasciato il bagaglio a Roma.

Agli arrivi internazionali c’era un mare di gente, anche un ragazzo romano a cui avevo fatto da interprete allo sportello lost and found.
Giulio: Ah, sei stato in Africa? Mi hanno offerto di andare a fare il cuoco in Bangladesh, che ne dici?
Io: Beh…hmm…il Bangladesh…non e’ in Africa, e’ sopra l’India.
Comunque Giulio sta con la Domus Mariae e va a fare un pellegrinaggio in un posto il cui nome inizia con la K sopra il lago di Tiberiade in Galilea. E gli auguriamo tanta fortuna.

Oggi siamo andati a Jaffa, la citta’ vecchia a sud di Tel-Aviv e c’era un sole notevole, Stefano dice che ho le lentiggini. Oggi era giorno di mercatino delle pulci, un discreto delirio e da uno dei negozi si sentiva Eros Ramazzotti.

Poi abbiamo fatto un giro nel vecchio quartiere Ottomano, piuttosto affascinante. Sull’unica porta aperta di un palazzo c’era scritto “Dungeon” e ovviamente siamo entrati. Varie rampe di scale piu’ giu’ pero’ siamo solo risbucati nei vicoli. Niente rugginofago, niente verme iena. Deludente.

Vicino alle vecchie carceri turche un locale stava per aprire il suo pomeriggio musicale, ma i cartelli sono tutti in ebraico e chiediamo di che si tratta.
Ragazza: Ci saranno dei famosi cantanti israeliani…e’ un’iniziativa per le donne del sudafrica!
Lodevole, ragazza, e’ nobile occuparsi dei problemi degli altri. Ma…i vostri?

Stasera non si sa, ma prevedo grosse quantita’ di falafel.


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